Archive for the ‘phantasìa’ Category

dallo specchio a facebook – on line la prefazione del filosofo giulio giorello

25 gennaio 2012

dallo specchio a facebook – on line la prefazione del filosofo giulio giorello.

appunti in formato slideshare su virtuale e dintorni

9 ottobre 2009

appunti: wu ming – collettivo

26 luglio 2009
C’è sicuramente nella nostra società (…) una profonda logofobia, una sorta di sordo timore contro questi eventi, contro questa massa di cose dette, contro il sorgere di tutti questi enunciati, contro tutto ciò che ci può essere, in questo, di discontinuo, di battagliero, di disordinato e di periglioso, contro questo brusio incessante e confuso del discorso
(Foucaul M., L’ordine del discorso, Einaudi, Torino 1972, p. 39)

La home Wu Ming (26 luglio 09) – versione italiana
http://www.wumingfoundation.com/

noi  = viola
Wu Ming = nome del collettivo = arancione

tu = lettore destinatario interlocutore = verde
terza persona = impersonale = neutro grigio

link di rilievo
= rosso
i deittici sono sottolineati con il corsivo  nero

appunti:

la url wumingfoundation fa pensare a due cose contemporaneamente: alla “fondazione” come istituzione (= questo è il sito.com della fondazione wu ming) o in senso figurato al “fondamento” (questo è il sito in cui si dà fondamento al nome collettivo wu ming). Questa ambiguità va messa in relazione a tutti gli altri segni del testo.

la home è organizzata per inserti (* ) e ad ogni inserto corrisponde un luogo preciso cui la home rinvia. Un luogo altro rispetto alla home page. Sono soglie che accompagnano il lettore – frequentemente evocato – verso luoghi altri. Soglie che invitano a, accennano a, suggeriscono di, impongono (in alcuni casi) di…

inserti (*) (o innesti o prelievi) : bisogna precisare meglio per capirne la valenza connettiva.

L’ORGANIZZAZIONE del PIANO delle INTERAZIONI
1) i commenti, nella home,  sono chiusi, non c’è forum, né chat. Non c’è perciò la possibilità di interazioni pubbliche. L’aspetto del sito, guardando la home, è apparentemente 1.0. Non ci sono bottoni che promuovano l’abitare, da parte di Wu Ming, nei social in cui, oggi, si concentra il maggior flusso delle conversazioni nella rete italiana (Twitter, FriendFeed, Facebook). Non c’è il bottone “condividi” alla fine dei post pubblicati in home page. In evidenza ci sono i bottoni per iscriversi ai feed del sito e restare così aggiornati su quanto viene pubblicato.

2) a fondo pagina compare un inserto CONTATTO @ SCRIVICI con la mail di Wu Ming ( wu_ming AT wumingfoundation.com ) il cui uso tuttavia viene vincolato a restrizioni ben dettagliate:

Non mandateci allegati senza preavviso
non abbiamo tempo…
... non rilasciamo interviste…

e mail

3) Il piano delle interazioni si sviluppa in seconda battuta solo dopo che l’utente sceglie quale soglia oltrepassare, a seconda probabilmente dei propri interessi.
Sarebbe  interessante sapere quali sono le pagine (le soglie oltrepassate) più lette, dopo la home, all’interno del sito. Si tratterebbe di un dato importante per costruire gli itinerari dei lettori interessati a Wu Ming e per disegnare i possibili tratti di un lettore collettivo e della qualità delle connessioni che avvengono all’interno della community

4) Il lettore è chiamato a interagire innanzitutto sul piano dell’identità di Wu Ming. Il primo inserto sulla sinistra della home, se cliccato, porta alla pagina dedicata al CHI SIAMO che anticipa, nella testata, e dà perciò massimo rilievo a ciò che nella home page era a fondo pagina. Significativo il fatto che la url cataloghi la pagina come biografia.htm   ( http://www.wumingfoundation.com/italiano/biografia.htm )

testata chi siamo

La testata precisa che  tutti i contenuti pubblicati vengono condivisi con licenza Creative Commons “Attribuzione – Non Commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5”.

APPUNTI:

1) evocazione costante del lettore attraverso il tu. Presenza di imperativi e dover essere.
2) Alternanza continua tra il nome collettivo WU MING (non preceduto da articoli), il noi riferito ai componenti del collettivo, la necessità di definirsi (CHI SIAMO) e di far capire che Wu Ming (senza articolo) è anche più persone –> siamo scrittori, scriviamo romanzi

Avatar senza volto degli autori, ma con le loro voci

Non c’è un avatar che ritragga il volto degli autori.

Non c’è nemmeno un avatar che si ripeta identico: non c’è un marchio che identifica Wu Ming. Wu Ming non ha un volto, né un corpo.
Wu Ming
ha però una voce.
Vedi inserto nella home LA VOCE DI WU MING

L’articolazione dell’immagine del nome collettivo Wu Ming è complessa:

a) vedi immagini lavorate con photoshop, attraverso il copy and past, bricolage, collage, che assembla volti identici (ma non degli autori) a corpi differenti (ma non degli autori). Immagini che sono link a riferimenti extratestuali (video etc.)

foto 1 –> video filuzzi http://www.youtube.com/watch?v=A6GRdngzJBs

band5

1. immagine attualmente (u.v. 26-07-09) presente nel sito ufficiale Wu Ming nella pagina dedicata al “chi siamo”.

La foto è presentata da Wu Ming  nel blog in lingua inglese nel post 1999-2009. Hey, you bastards, we’re still here! Experiment #1

Since we lost a member and the collective became a quartet, we’ve remained without an official portrait. We used to have that glamorous 5-faveless-dancers pic, but… we’re not a quintet anymore. We’re kind of making experiments, conveying uncanny images and using them as Rorschach inkblots, to understand something about ourselves at this point of our existence as a group.
Picture above: The bodies belong to Quartetto Buganè, a folk-music combo that was popular in dance clubs around Bologna during the 1960’s and 1970’s. They played filuzzi, the kind of high-speed dance music we described in our novel 54. The face belongs to جمال عبد الناص, the famous Pan-Arabist leader and non-aligned head of state. Click on the image to enlarge it.
from commenti
admin
Says:
June 6th, 2009 at 4:04 pm Hi there, thanks to you! Of course we were expecting that question 🙂
There’s no particular logical reason for inserting جمال عبد الناص ’s face on those musicians’ bodies. The act followed a partly inexplicable chain of free associations: the Mediterranean as a common space for different cultures (and Italy’s closeness to the Northern shores of Africa), the 1950’s models of proletarian stylishness explored in 54, the fact that one of the most important characters in that novel was another non-aligned leader etc. This is just an experiment, and a kind of “screw-yourselves” answer to those mags and journals that frequently ask us: “What picture can we use to illustrate the interview?”
foto 2 – faceless

767px-Wuming

2. “L’immagine che Wu Ming ha utilizzato come logo dal 2001 alla primavera del 2008, quando il quintetto è divenuto quartetto a seguito dell’uscita di Luca Di Meo / Wu Ming 3. Alla data 28/11/2008, quest’immagine risulta ormai totalmente assente dal sito ufficiale del collettivo”. (fonte wikipedia italiano – voce Wu Ming)

b) dichirazioni degli autori espresse in CHI SIAMO e in GIAP
http://www.wumingfoundation.com/italiano/biografia.htm

A little blue square Wu Ming
Più di quel che ti aspettavi da una banda di scrittori
Nel gennaio 2000 un quinto scrittore si unisce ai quattro autori di Q. Nasce così un nuovo gruppo, Wu Ming (per esteso: Wu Ming Foundation). “Wu – Ming” è un’espressione cinese, significa “senza nome” (無名) oppure “cinque nomi” (伍名), dipende da come si pronuncia la prima sillaba. Il nome della band è inteso sia come omaggio alla dissidenza (“Wu Ming” è una firma molto comune tra i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libertà d’espressione) sia come rifiuto della macchina fabbrica-celebrità, sulla cui catena di montaggio l’autore diventa una star. “Wu Ming” è anche un riferimento al terzo verso del Dàodéjīng (Tao Te Ching): “Wu ming tian di zhi shi”, “Senza nome è l’origine del cielo e della terra”. “Wu Ming” (唔明) può anche significare “non capire” in cantonese (grazie, link Wesley!)
A rigore, noi non siamo anonimi. I nostri nomi non sono segreti. Tuttavia, utilizziamo cinque nomi d’arte composti dal nome della band più un numero, seguendo l’ordine alfabetico dei nostri cognomi. La formazione è: Roberto Bui alias Wu Ming 1, Giovanni Cattabriga alias Wu Ming 2, Luca Di Meo alias Wu Ming 3 [*], Federico Guglielmi alias Wu Ming 4 e Riccardo Pedrini alias Wu Ming 5.
* Dal maggio 2008 Luca Di Meo non è più membro del collettivo.
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap2iii.html#stefani
“I WU MING” O “WU MING”?
<<Non conosco il cinese, ma i due ideogrammi di Wu Ming sono utilizzati con lo stesso significato anche in giapponese (e si leggono mumei), venendo però impiegati solo come aggettivo, e non come sostantivo. Mi domando, pertanto, se in cinese Wu Ming possa essere sostantivo. Credo, peraltro, che in giapponese sia meglio utilizzare il termine sakusha fumei (autore ignoto).>> (A.V., 19/06/2002)
WM1: Se ho ben capito cosa intendi, noi lo abbiamo sempre usato come aggettivo (“senza nome” nel senso “che rifugge la fama”, contrapposto a “you ming”, che vuol dire l’esatto contrario), ma chiaramente una volta che dà nome al collettivo l’aggettivo si sostantiva, benché ciò avvenga fuori dalle regole della lingua cinese. In ogni caso, a noi piace poco l’espressione “i Wu Ming” che spesso viene usata sui giornali. Noi non l’abbiamo mai utilizzata, usiamo Wu Ming sempre al singolare. Non ci risulta si sia mai detto “i Democrazia Cristiana” o “i Partito d’Azione”… Non è un grosso problema, comunque.

HOME – appunti

url: http://www.wumingfoundation.com/

home


1) inserto nella home CHI SIAMO

WU MING: CHI SIAMO, COSA FACCIAMO (siamo scrittori, scriviamo romanzi)

chi siamo

2) inserto nella home GIAP

“GIAP Newletter mensile gratuita. Il miglior modo per…iscriviti soltanto se”
“su Wu Ming” “In rete c’è troppa gente che fa le cose alla cazzo, tu falle con coscienza”

home giap

3 ) inserto nella home NIE

home NIE

qui QUI

un lungo saggio di Wu Ming 2

“uno dei testi più importanti usciti dalla fucina Wu Ming , la nostra più compiuta  dichiarazione di poetica”

puoi comprare questo libro (che, non per vantarci, ha scatenato un putiferio)”

4) inserto nella home LA VOCE DI WU MING
http://www.wumingfoundation.com/suoni/suoni.htm

voceWm

cui si aggiunge la segnalazione dell’ultimo podcast in cui Wu Ming 1 legge…

fotonellahome.
foto 3

1997_Venezia_sopralluoghi_Q

VE- 1997 di spalle Federico, in fondo al vicolo Roberto
(è particolarmente significativa questa foto che viene proposta nel sito, in bianco e nero, come effettivamente scattata a VE nel 97, una foto d’archivio  quindi, un inserto documentale, che ritrae – pur non mostrandone i volti – due componenti del collettivo chiamati nella didascalia con i soli nomi anagrafici Federico e Roberto)

YOU TUBE
(
http://www.youtube.com/user/wumingfoundation )

from You Tube/ video interviste senza volti – Terranullius
intervista Wu Ming 5
http://www.youtube.com/watch?v=k4sM919FpmU

from You Tube/ video interviste senza volti – Terranullius

la stessa intervistaWu Ming 1
http://www.youtube.com/watch?v=O8xym489Bxs

Testi di riferimento che accompagnano l’osservazione e ne contribuiscono a definire lessico e riferimenti concettuali.
1) Foucault M., L’ordine del discorso, Einaudi, Torino 1972 (2°ed. 1973). Si tratta di uno dei testi fondativi del metodo genealogico.
In particolare: “… suppongo che in ogni società la produzione del discorso è è insieme controllata, selezionata, organizzata e distribuita tramite un certo numero di procedure che hanno la funzione di scongiurarne i pericoli, di padroneggiarne l’evento aleatorio, di schivarne la pesante, temibile materialità.” (p.9).
Foucault individua quindi:
1. tra le procedure che hanno la funzione di scongiurare i pericoli del discorso le  procedure di esclusione: I) l’interdetto (o la parola interdetta): “la più evidente e la più familiare è quella dell’interdetto. Si sa bene che non si ha il diritto di dir tutto, che non si può parlare di tutto in qualsiasi circostanza, che chiunque, insomma, non può parlare di qualsiasi cosa. Tabù dell’oggetto, rituale della circostanza, diritto privilegiato o esclusivo del soggetto che parla: si ha qui il gioco di tre tipi di interdetto, che si incrociano, si rafforzano o si compensano, formando un reticolo complesso che non cessa di modificarsi”. (p.10)
II. partizione (partage) e rigetto (o la partizione della follia) come nel caso dell’opposizione tra ragione e follia: “Dal profondo del medioevo il folle è colui il cui discorso non può circolare come quellod egli altri: capita che la sua parola sia considerata come nulla e senza effetto” (p.11)
III. l’opposione del vero e del falso (o la volontà di verità): “Certo, se ci si situa a livello di una proposizione, all’interno di un discorso, la partizione tra il vero e il falso non è né arbitraria né modificabile, né istituzionale, né violenta. Ma se ci situa su un’altra scala, se ci si pone la questione di sapere quale è stata, qual è costantemente, attraverso i nostri discorsi, questa volontà di verità che ha attraversato tanti secoli della nostra storia, o qual è, nella sua forma generalissima, il tipo di partizione che regge la nostra volontà di sapere, allora vediamo profilarsi qualcosa come un insieme di esclusione (sistema storico, modificabile, istituzionalmente costrittivo” (p.13) “Penso inoltre al modo in cui la letteratura occidentale ha dovuto da secoli cercar sostegno sul naturale, sul verosimile, sulla sincerità, persino sulla scienza, in breve sul discorso vero” (p.16)
2. le procedure che permettono di padroneggiare l’evento aleatorio del discorso(p.18): a) il commento b) “l’autore, considerato naturalmente non come l’individuo parlante che ha pronunciato o scritto un testo, ma l’autore come principio di raggruppamentod ei discorsi, come unità ed origine dei loro significati, come fulcro della loro coerenza” (p.22). “L’autore è ciò che dà all’inquietante linguaggio della finzione le unità, i nodi di coerenza, l’inserzione nel reale” (p.23) “Il commento limitava il caso del discorso col gioco di un’identità che ha la forma della ripetizione e dello stesso. Il principio dell’autore limita questo medesimo caso col gioco d’una identità che ha la forma dell’individualità e dell’io” (p.24) c) le discipline
3. le procedure che consentono di scongiurare gli accidenti dell’apparizione dei discorsi (p.29), di “determinare le condizioni della loro messa in opera, di imporre agli individui che li detengono un certo numero di regole, e di non permettere così a tutti di accedervi. Rarefazione questa volta dei soggetti parlanti; nessuno entrerà nell’ordine del discorso se non soddisfa a certe esigenze o se non è, d’acchito, qualificato per farlo” (p.29)
–> questioni di metodo
1. principio di rovescimento (nozione di evento): “là dove secondo la tradizione si crede di riconoscere la scaturigine dei discorsi, il principio del loro proliferare e della loro continuità nelle figure che sembrano svolgere un ruolo positivo, come quella dell’autore, della disciplina, della volontà di verità, bisogna piuttosto riconoscere il gioco negativo di un ritaglio e d’una rarefazione del discorso” (p.40)
2. principio di discontinuità (nozione di serie): “non bisogna immaginare un non detto o un impensato che percorrano il mondo e si intreccino con tutte le sue forme e tutti i suoi eventi, e che si tratterebbe di articolare o di finalmente pensare. I discorsi devono essere trattati come pratiche discontinue, che si incrociano, si affiancano talora, ma anche si ignorano e si escludono” (p.41)
3. principio di specificità (nozione di regolarità): non risolvere il discorso in un gioco di significati precostituiti; non immaginare che il mondo ci volga un viso leggibile, che non avremmo più che da decifrare; il mondo non è complice della nostra conoscenza (…) Occorre concepire il discorso come una violenza che noi facciamo alle cose, in ogni caso come una pratica che imponiamo loro; e proprio in questa pratica gli eventi del discorso trovano il principio della loro regolarità” (p.41)
4. principio dell’esteriorità (nozione di condizione di possibilità):
“non andare dal discorso verso il suo nucleo interno e nascosto, verso il cuore di un pensiero o di un significato che si manifesterebbero in esso; ma, a partire dal discorso stesso, dalla sua apparizione, e dalla sua regolarità, andare verso le condizioni esterne di possibilità, verso ciò che dà luogo alla serie aleatoria di quegli eventi e che ne fissa i limiti” (p.41)
le quattro nozioni sono opposte a quelle che hanno dominato la storia tradizionale delle idee: evento vs creazione; serie vs unità; regolarità vs originalità; condizione di possibilità vs significato

(*) Si rinvia a Dinoi M., Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema, Le Lettere, 2008
e agli strumenti di analisi utilizzati da Dimitri Chimenti per la testualizzazione del reale (analisi di Gomorra di Saviano) che distingue tra innesti, prelievi e inserti. Si veda la discussione presente su
http://associazionelevel5.com/2008/11/20/dimitri-chimenti-testualizzazione-del-reale-e-figure-narrative-in-gomorra-di-roberto-saviano/
“Innesti”. Elementi di realtà manipolati e adattati all’opera in oggetto. Si pensi al sapiente lavoro di “tornitura” a cui Saviano sottopone alcuni aneddoti per renderli drammaturgicamente perfetti (cfr. l’episodio del sarto Pasquale). In questo modo divengono episodi ancor più “veri”, addirittura paradigmatici.
L’innesto è la pietra angolare del romanzo storico. In quest’ultimo è consueto ritrovare episodi della realtà storica, riadattati al contesto letterario e connessi a elementi di fiction. Spesso l’elemento di fiction è semplicemente nel punto di vista adottato, es. Renzo Tramaglino (personaggio creato da Manzoni) che, nella Milano del 1628, assiste all’assalto ai forni (evento storicamente accaduto). Gli esempi possibili sono forse centinaia di migliaia.
Pur nella sua peculiarità, l’utilizzo dell’innesto in Gomorra si avvicina spesso a quanto appena descritto: l’elemento di fiction è in quell’io narrante “sovraccarico” e onnipresente, che descrive veri eventi di cronaca da punti di vista “ideali”, iper-efficaci, per ottenere l’effetto desiderato. Quell’io è il molteplice Renzo Tramaglino di Gomorra.
“Prelievi”
. Elementi di realtà (documenti) inseriti nell’opera tali e quali, es. in Gomorra le lettere di Don Peppino Diana o i testi delle intercettazioni telefoniche.
“Inserti”
.
Documenti creati direttamente nel e specificamente per il testo che si sta scrivendo; in parole povere: documenti fittizi, ma che rimandano alla realtà esterna, la simulano e la richiamano. Quasi sempre, un inserto si presenta come estrapolazione da altri media (pagine di giornale mai uscite di rotativa, video “trovati”, sms presentati come realmente spediti o ricevuti etc.) o comunque da altri testi.
E’ un inserto, per restare a Manzoni, la prima parte dell’Introduzione ai Promessi sposi, presentata come documento del ‘600 ritrovato per caso. E sono inserti i finti documenti d’epoca usati in mockumentaries come Zelig di Woody Allen. Il primo esempio che viene in mente è proprio la canzone Chameleon Dance, composta e incisa per Zelig in modo da sembrare un reperto degli anni Venti [ http://www.youtube.com/watch?v=-L6Iq0HfZ-U ].
[E gli anni Venti di Zelig sono più veri di quelli veri, sono la quintessenza degli anni Venti, sono memorabilmente “anni Venti”.]
Tornando a Gomorra, si pensi alla descrizione del video girato da Mariano a casa di Mikhail Kalashnikov, espediente usato dall’autore per coronare la carrellata “salgariana” sul successo (meglio ancora: sull’economia politica) del mitra più famoso al mondo.
Poiché quel racconto è a sua volta un innesto (vedi sopra), abbiamo un inserto usato per chiudere un innesto. Ecco, Gomorra è tutto così.
Si veda inoltre il saggio di Dimitri Chimenti in cui si propone una lettura di Gomorra di Saviano:
L’innesto
è, tra quelle proposte, la figura più ricorrente, ed appartiene alla tradizione del romanzo storico in generale. Con questo termine ci si riferisce a quelle situazioni narrative che si inseriscono su degli eventi storici ricontestualizzandone il senso. Perché si abbia un innesto è però necessario che la Storia non sia né ridotta ad un mero fondale scenico, né direttamente manipolata dal testo. La ricontestualizzazione del passato avviene piuttosto grazie allo sviluppo di vicende parallele, di elementi autobiografici, oppure mediante l’accostamento, agito però grazie ad un accordo narrativo o drammaturgico, tra eventi apparentemente distanti ed autonomi. Da questo punto di vista non ha rilevanza se il materiale innestato è frutto dell’immaginazione dello scrittore, del suo vissuto personale oppure di ricerche fatte sul campo (e di solito è una miscela di tutte queste cose). E’ importante invece che sulla narrazione di eventi ed esistenti agiscano delle sequenze costruite per via puramente testuale.
(…) Non sapremo mai se le pareti di casa Kalashnikov siano veramente tappezzate di riproduzioni di Vermeer e foto di bambini che portano il suo nome, non sapremo se Mariano, o chi per lui, abbia mangiato mozzarelle di bufala con il vecchio generale. E’ qui che vediamo come l’innesto possa arrivare a mutare la propria forma e dare vita ad una seconda figura, quella dell’inserto.
L’inserto
è un oggetto che, pur richiamandosi alla storia ufficiale, non preesiste alla narrazione. A differenza dell’innesto, che si muove parallelamente agli eventi ed esistenti testualizzati, e dunque esercita su di essi solo un effetto di senso indiretto, l’inserto li manipola direttamente dall’interno del testo. Per farla semplice, si può dire che l’inserto introduce sempre un personaggio od un elemento finzionale, che “serve” al testo per poter articolare il racconto. Benché il video girato da Mariano presenti le stesse modalità con cui sarebbe stato prodotto nella realtà, esso contiene al suo interno elementi che sono invece creati all’interno del testo. E’ lo stesso Mariano, un personaggio finzionale perché piegato alle esigenze narrative del romanzo, che entra nel quadro e si mette a tavola assieme a Kalashnikov.
Si tratta a questo punto di individuare la terza figura in gioco, il prelievo. Con tale termine sono da intendersi tutti quegli oggetti che si presentano tali e quali sono nella Storia; documenti autonomi dalla narrazione ed immediatamente riconoscibili dal lettore come tali.
(…) Ma se da una parte il prelievo è un documento che connette il testo letterario ad un determinato tempo storico, e così facendo configura realisticamente la narrazione , dall’altra entra in relazione con le altre due figure, innesto ed inserto, espandendo il proprio significato oltre i limiti della documentalità. Pensiamo ad esempio alla breve sequenza degli sms che Francesco Venosa, un giovane affiliato al clan degli Spagnoli, scambia con Anna, la propria fidanzata. Quegli stralci discorsivi non solo ci informano sulle dinamiche interne dei conflitti tra clan, ma ci narrano anche la vicenda, al contempo attuale ed archetipica, di un giovane che sa di essere incatenato ad un destino da cui non può fuggire. In altre parole un documento diviene prelievo solo quando viene fatto interagire con elementi che ne garantiscono lo svolgimento e l’ampliamento dei significati. E’ grazie a questo intreccio che il prelievo, pur mantenendo la letteralità del documento, si apre all’interazione simbolica con testo. Se il documento d’archivio sembra caratterizzato da un semplice valore informativo, e quindi privo di ogni valore estetico in quanto destinato ad esaurirsi nel proprio valore d’uso, Gomorra sposta l’accento sul suo valore simbolico attraverso una forma di indagine-narrazione che rende indistinguibile la materia narrata dal meccanismo narrativo.
(…) Spesso è proprio da un prelievo che prende origine un innesto.
(…) Comprendiamo quindi come innesto, inserto e prelievo non solo ancorano il testo al mondo storico, ma installano una funzione cognitiva sugli sms, i dati catastali, le intercettazioni e gli articoli di giornale che precedentemente essi non avevano. In estrema sintesi si può dire che quel che accade è che il documento viene sottoposto ad una conversione, da oggetto d’archivio a oggetto della memoria, da documento a monumento”.

gli specchi creano universi – VE biennale 09

21 luglio 2009

biennale 09 VE – arsenale versione animoto (hi!)

15 luglio 2009

biennale 09 VE – arsenale [specchio]

13 luglio 2009

venezia2

venezia3

venezia4

venezia5

venezia Biennale 09 ARSENALE

[from installazione macedonia & pistoletto]

Dai blog ai social – introduzione

10 giugno 2009

mimesis piccola

Dai Blog ai Social. Arti della connessione nel virtuale, Mimesis 2009

I dettagli sulla pubblicazione sono su Ibridamenti

Introduzione di Maria Maddalena Mapelli
L’attraversamento degli specchi

Lo sguardo decolonizzato
L’attraversamento degli specchi è il titolo di un significativo paragrafo in cui l’antropologo francese Jean-Loup Amselle sintetizza, nella parte conclusiva del saggio Connessioni, la sua prospettiva metodologica: se non vogliamo continuare a fallire nel nostro tentativo di comprendere i processi di globalizzazione, se vogliamo davvero essere in grado di leggere anche i “fallimenti della globalizzazione” e restituire spessore alle evidenti manifestazioni di emersione delle differenti identità culturali, se vogliamo comprendere che cosa sia effettivamente “la messa in relazione generalizzata degli abitanti del nostro pianeta – o almeno di un’élite privilegiata – attraverso Internet”, dobbiamo arrivare a “privilegiare le relazioni sugli elementi, le connessioni sui poli” in modo tale che “la razionalità diventi uno spazio condiviso di interlocuzione che appartiene a tutti e a nessuno e non l’estensione a tutta l’ecumene di una procedura logica emanante da un solo centro.”
Di qui la proposta di approdare ad un:

“agnosticismo culturale assoluto, ossia alla volontà di disconnettere qualsiasi forma di pensiero da una qualunque origine.”

Solo la fuoriuscita dal mito dell’origine, permette al pensiero di uscire dal “campo chiuso” in cui l’aveva relegato un certo tipo di approccio antropologico, e di aprirsi ad una comprensione dell’uomo che lo legga, in qualsiasi epoca, e in qualsiasi spazio, come “parte di un tutto”, come nodo all’interno di una fitta rete di relazioni, come non necessariamente appartenente ad una identità culturale supposta come pura, come originaria, come non-connessa.
La sfida di Amselle è quella di un pensiero della connessione che tolga la possibilità di leggere una cultura come semplice specchio di un’altra:

“Decolonizzare il pensiero non consiste nel dare ragione al colonizzato di oggi contro il colonizzatore di ieri; vuol dire instaurare un dialogo o più esattamente concepire il pensiero come intrinsecamente dialogico, ossia interconnesso”

Il punto di partenza della ricerca i cui esiti vengono presentati in questo volume collettivo risponde esattamente a questa necessità metodologica: la necessità di decolonizzare il proprio pensiero per cercare di restituire innanzitutto le valenze connettive e dialogiche del pensare, prima ancora di definire – senza nessuna pretesa di esaustività – i tratti qualitativamente specifici di singoli nodi, intesi comunque come nodi di un tutto.
L’agnosticismo culturale assoluto, il dispiegarsi della razionalità come spazio condiviso che appartiene a tutti e a nessuno, la rinuncia definitiva a leggere il tutto come mera somma di parti, la necessità di utilizzare gli strumenti approntati da saperi e pratiche differenti per leggere le connessioni, si sono rivelati presupposti ancor più indispensabili per un’indagine sui mondi “virtuali”.
Si è trattato infatti di indagare la specificità delle arti di connessione, degli stili di connessione, del prodursi e generarsi delle connessioni, all’interno di ambienti tecnologicamente avanzati, all’interno cioè di quegli ambienti, come la blogosfera e i social network, che sono oggi indicati come luoghi e veicoli dei processi di globalizzazione.
Ripetiamolo: il campo osservato non può in alcun modo essere un campo chiuso. Apertura è il primo dei quattro concetti cardine della nuova arte/scienza della wikinomics , destinata a innovare il business e l’economia, delineata da Tapscott e Williams .
Al di là degli aspetti celebrativi e fin troppo ottimistici delineati in Wikinomics 2.0, è importante ribadire il primato dell’apertura, dell’orizzontalità e della non-gerarchia nei processi osservabili in rete. Ogni segno che osserviamo va messo in relazione ad altri segni, tanto che non è possibile in alcun modo fissare un punto di origine, né delineare una fine. Proporre un’indagine di tipo qualitativo sulla blogosfera e sui social network significa restituire fotografie parziali, seppur ricche di significati, che indicano aperture di senso ma che non possono avere la pretesa di dire tutto. Solo attraverso il lavoro sul campo si tocca con mano la complessità del campo aperto: ciò che si osserva cambia incessantemente e la trama delle connessioni aumenta mano a mano che alcune relazioni significative vengono in qualche modo fermate, seppur provvisoriamente, all’interno di una narrazione.
In questo senso il lavoro di ricerca condotto sul virtuale dalla Community di Ibridamenti è stata una sfida appassionante: è stato il tentativo, a nostro avviso riuscito, di attraversare lo specchio, di restituire un’immagine del web del tutto parziale ma in cui ogni nodo è stato letto come parte di un tutto; un’immagine non appiattita sul falso presupposto di una dicotomia speculare tra reale e virtuale, tra mondo esterno e mondo interno, tra intelligenza individuale e intelligere collettivo. L’attraversamento degli specchi ha così consentito di restituire spessore e specificità ai nodi della rete osservati, di sgranarne la filigrana creativa, di disegnarne le differenze specifiche.
Uno sguardo decolonizzato ci ha permesso di restituire la forza connettiva e creativa dell’essere in rete.

Il campo osservato: il web è una rete di persone
Domanda preliminare: che cosa stiamo osservando quando osserviamo il web, così come si presenta a chi osserva un blog nella blogosfera o un account su Facebook o un avatar su Second Life?

Condividiamo le riflessioni di Tim Berners-Lee che descrive il web così come lo vede a fine 2008 .  Il  “web è una rete di persone, è l’umanità”. Il web è “semplicemente una piattaforma della creatività”, è un ambiente decentralizzato in cui non c’è un controllo gerarchico, non è uniforme, è una “struttura scala free”, è un “grande organismo tutto da studiare” mettendo assieme più scienze differenti:

“il web è estremamente importante, è un mezzo di comunicazione, e non è più a mio avviso un network di pagine ma una rete di persone, è l’umanità. Qual è il senso di un link? Sono le persone a dargli un senso, una ragione di esistere. Quando qualcuno segue un link lo fa per un motivo. E’ la psicologia che ci fa seguire un link, dobbiamo capire questo. Se dobbiamo comprendere il web dobbiamo prendere tutte le varie discipline e metterle insieme.Tutto questo, oggi, non lo stiamo ancora facendo, ma è una cosa che accadrà nel prossimo futuro.”

Il web quindi è “una rete di persone, il web è l’umanità”.
Gli esiti del lavoro di ricerca condotto nell’ambito del progetto Ibridamenti testimoniano l’assoluta specificità e non-omologazione degli stili di connessione osservati: i nove blog oggetto dell’indagine e l’account Facebook dello scrittore Aldo Nove, se analizzati a partire da uno sguardo decolonizzato, offrono dieci stili di connessione profondamente differenti, pur utilizzando ambienti della rete simili e contigui. Se si affinano gli strumenti di osservazione, è possibile quindi restituire la specificità dei singoli nodi della rete intendendoli comunque come parti di un tutto. Il tutto è la rete stessa che, per il fatto stesso di esistere, consente e facilita i processi di globalizzazione, ma che al tempo stesso e in virtù della sua forza omologante, genera anche la possibilità di marcare la propria differente identità, il proprio differente stile di connessione.
In questo volume si raccolgono perciò gli esisti di osservazioni sistematiche che hanno messo in luce, grazie all’affinamento degli strumenti di osservazione, la specificità dei singoli nodi osservati, le risposte creative, uniche e irriducibili a standardizzazioni, che ogni singolo nodo ha generato all’interno della rete.
In alcuni casi si è ritenuto importante passare all’off-line, incontrare cioè personalmente l’autore del blog per approfondirne l’analisi.

Emblematico è il caso del blog Colfavoredellenebbie: si è partiti da un’analisi dello stile e dei registri espressivi – microstorie raccontate con lirismo e al tempo stesso con fedeltà ai dettagli realistici – per individuare i modi attraverso cui un certo stile narrativo diventa fattore di aggregazione, fattore capace di creare community dentro e fuori la rete. Questa verifica si è sviluppata soprattutto attraverso un’analisi in parallelo dei testi (i post proposti dalla blogger) e dei commenti (le osservazioni dei commentatori, le risposte della blogger, le interazioni tra i commentatori e tra la blogger e i commentatori). L’indagine ha portato gli osservatori a ad una considerazione di rilievo: lo stile delle interazioni sviluppatosi all’interno del blog, soprattutto nello spazio dei commenti, ha spinto i protagonisti del dialogo on-line ad incontrarsi anche fuori dalla rete. Questo ha motivato quindi la scelta di un contatto personale diretto con la blogger Zena Roncada. Si è così prodotta una continua e fertile ibridazione tra comunità virtuale e la comunità reale: il tutto a partire da un modo di porsi della blogger caratterizzato da accoglienza, empatia e grande disponibilità all’ascolto.
Caratteristiche queste ampiamente confermate nei numerosi incontri che si sono verificati, al di fuori della rete, tra Zena e i suoi osservatori e commentatori. L’esito finale di questo processo, in linea anche con le più recenti acquisizioni sia della psicoterapia che dell’antropologia, è il fatto che sono stati oltrepassati i confini che tradizionalmente separano, anche nell’ambito delle scienze dell’uomo, i soggetti osservatori dalla realtà osservata. L’effetto comunitario, on-line e off-line, crea per osservatori e osservati uno spazio condiviso di incontri, di empatie, di scambi, di costruzione identitaria.

Ma anche laddove l’incontro con la persona off-line non c’è stato, gli osservatori sono riusciti a restituire la specificità dello stile di connessione on-line dispiegato e a ricostruirne così la peculiarità.
Un affondo qualitativo ha restituito in modo dettagliato i tratti di Catepol 3.0, della dimensione plurale con cui la blogger Caterina Policaro – “una, nessuna, centomila” – articola la sua presenza in rete, della ricchezza di registri discorsivi rintracciabili e del suo specifico talento connettivo che la rende un fronte avanzato (e instancabile) nella sperimentazione delle pratiche connettive in rete sia attraverso il blog che attraverso l’uso dei social network.

Così il “blog come scaffale aperto” è apparsa la cifra di non semplice lettura che caratterizza lo stile connettivo plurale, ambiguo e giocoso di Daniele Devoti seguito dagli osservatori sia nel suo blog Pro-fumo che nel suo account Twitter. In questo caso gli osservatori hanno scelto di affiancare alle interazioni on-line, anche un fitto scambio discorsivo via mail con il blogger per verificare, attraverso la comparazione tra la narrazione di sé osservata nel blog e la narrazione di sé osservata all’interno del dialogo meno pubblico avvenuto via posta elettronica, la congruità degli esiti delle osservazioni avvenute sul campo. Questo spostamento ha consentito di affinare la linea interpretativa e ha restituito un’immagine più ricca di sfumature vista l’esplicita caratterizzazione in ordine alla propria promozione identitaria della presenza in rete del blogger citato.

Nel caso di PoesiaOggi, solo un’attenta lettura di tutti gli elementi del blog stesso, resi significativi a partire da un’attenta messa in relazione degli stessi, ha permesso di rintracciare la cifra jazzistica dello stile di Marco Saya, i cui testi in versi e in prosa sono stati tra l’altro oggetto di attraversamenti empatici da parte degli osservatori che sono così riusciti a mettere assieme forma e contenuto, registro espressivo e anima autoriale.

La diversa filigrana degli stili interattivi è emersa anche a partire dall’indagine del gruppo di osservatori che hanno seguito un approccio metodologico logico-riflessivo: tre differenti metafore – il club, l’invito a cena, il party – hanno restituito i tre diversi stili dei blog [Ricreazione], Una vignetta e Zulawskiego5. Di particolare interesse, tra la documentazione raccolta, l’intervento della blogger Matisse – blog [Ricreazione] – che focalizza con estrema lucidità il punto di vista dell’ osservato nell’incontro con l’osservatore:

“Ciò che secondo me gli osservatori non hanno capito è la poesia che sottende ogni immagine. Quello che manca alle loro osservazioni è la percezione della delicatezza. Occupati con numeri e statistiche, con analisi e controlli e riscontri dei controlli, hanno accantonato la magia. Non si sono fatti incantare. Ciò che li ha sorpresi, intenti al lavoro, è la mole innumerevole di compiti, di tabelle da compilare, di mappe prive di tesoro”.

E di seguito la risposta matura – Lettera aperta a l’incantamento di Lemma e Label – di un osservatore che ha raccolto la sfida e che, partecipe, si è fatto incantare.

Così come è a partire da un approccio empatico, oltre che attento alla lettura dei segni incontrati, che si sviluppa la complessa osservazione del blog di Lefty333boy nel suo intrecciarsi con il blog di orsarossa (“può essere visto come il luogo di una ricerca identitaria messa a disposizione, offerta, giocata, scambiata, esposta nelle sue viscere, nelle pieghe più recondite”) il cui stile si definisce via via come quello di una community creativa la cui cifra è quella dello scambio, del dono, della condivisione, del farsi altro da sé.

Se il web è network di persone, abbiamo quindi voluto raccogliere, in un capitolo a parte, sotto forma di appunti che fissano lo stato dell’arte ad oggi, le riflessioni di alcuni frequentatori assidui del web e che della rete hanno fatto un uso creativo.

Conclude infine questa pubblicazione l’analisi dell’account Facebook dello scrittore Aldo Nove del quale si è cercato di mostrare lo spessore dello specifico stile di connessione: uno stile d’autore. Ci è sembrato di estremo interesse riuscire a cogliere la tensione, generativa di narrazioni condivise dai suoi amici, tra il paradigma esplicito, il database FB, e un piano narrativo del tutto originale, in parte intrecciato e in parte sovvertitore del dispositivo tecnologico. Uno stile creativo indubbiamente capace di andare oltre Facebook.

Alla ricerca di un approccio integrato
Ibridamenti è un blog collettivo ideato nell’ambito di un progetto di ricerca coordonato da Umberto Margiotta nell’ambito della Scuola di Dottorato in Scienze del Linguaggio, della Cognizione e della Formazione dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Aperto il 3 ottobre 2007 sulla piattaforma Splinder, Ibridamenti conta ad ottobre 2008, 193 iscritti, 501 post pubblicati, oltre 215.000 contatti. Il blog è inteso come un Laboratorio Virtuale: il luogo di incontro tra ricercatori e blogger per fare ricerca assieme sulla blogosfera. L’idea, semplice, è quella di favorire l’ibridazione di saperi e pratiche e di produrre strumenti metodologici adeguati per osservare la blogosfera. Il tema assegnato è stato: L’ascesa dei blogger. Arti della connessione nel virtuale. L’intero percorso di ricerca affianca la riflessione sui saperi alle pratiche: si tratta quindi di una ricerca sul campo costruita attorno alla dimensione dell’osservazione partecipe; dell’osservazione, cioè, non fredda, non oggettivante, non reificante, che si fa e che si costruisce parallelamente all’inclusione del ricercatore nel campo osservato: alla sua inclusione, in termini anzitutto umani e relazionali, entro la sfera dei contatti e degli scambi che caratterizzano la vita dei soggetti osservati.
Si è cercato inoltre di produrre un’integrazione tra approcci metodologici provenienti da ambiti disciplinari differenti e in particolare tra psicologia, antropologia e semiologia in modo da fornire agli osservatori un punto di partenza comune .
Le questioni di carattere metodologico e la prima fase della riflessione relativa alle arti della connessione nel virtuale sono già state oggetto del primo libro di Ibridamenti: Nuovi modelli di ricerca universitaria. Pratiche collaborative in rete (Mimesis 2008). Questa seconda pubblicazione invece sintetizza gli esiti delle osservazioni prodotte e delle interpretazioni proposte dagli osservatori: si entra perciò nel merito dei singoli casi osservati.

Riferimenti presenti nel testo

[1] Amselle J. (2001) Connessioni. Antropologia dell’universalità delle culture, Torino, Bollati Boringhieri, pp. 190-191

[2] Ibidem, pp. 22-24. Amselle propone di andare oltre il concetto di globabilizzazioen espresso in Barber B.R., Jihad vs. McWorld, Ballantine, Westminster, MD 1996 (tr. it. Guerra santa contro McMondo, Pratiche, Milano 1998) che riproporrebbe sotto forma di guerre identitarie, i paradigmi della lotta di classe di matrice marxista. Secondo Amselle, lungi dall’assistere a processi di omogeneizzazione, “è spesso attraverso il consumo di prodotti importati o l’importazione di idee straniere che si manifesta più intensamente l’identità culturale o nazionale, cosicché l’aumento degli scambi di ogni sorta su scala mondiale, lungi dal provocare una omogeneizzazione totale delle diverse culture appare, al contrario, come una condizione della loro esistenza” (Ibidem, p. 22)

[3] Ibidem. p. 18

[4] Ibidem., p. 191

[5] Ivi

[6] Si veda sulla stessa linea teorica che nega validità all’esistenza di società chiuse, Assayag J., La culture comme fait social global? Antropologie et (post) modernité, in “L’Homme”, n. 148, 1998, pp. 201-224 e Piot C., Remotely Global, Village Modernity in West Africa, The University Chicago Press, Chicago 1999.

[7] Amselle, op. cit, p. 191

[8] Gli altri tre sono: il peering, la condivisione e l’azione globale.

[9] Tapscott D., Williams A., Wikinomics 2.0. How Mass Collaboration Changes Everything, Penguin (Usa), 2006; tr. it., Wikinomics 2.0. La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo, Rizzoli, Milano (2006 e 2008)

[10] Le imprese avevano un atteggiamento chiuso nei confronti del networking, della condivisione e dell’incentivazione dell’organizzazione autonoma, soprattutto perché l’opinione comune afferma che le imprese competono tenendosi ben strette le risorse più ambite.

[11] Le considerazioni che seguono sono datate dicembre 2008

[12] Versione italiana dell’intervento di Tim Berners-Lee del 27 novembre 2008 from http://venicesessions.it/blog/2008/12/11/intervento-di-tim-berners-lee/#

[13] It’s a communications medium. It’s no longer, to my mind, a network of webpages. It’s a network of people. It’s humanity. What makes a link? A persone makes a link a reason. When somebody follows a link, they follow a link for a reason. It’s psycology that makes you follow the link. We need to understand this. We need to take all kinds of disciplines and put them together to understand the web. We’re not doing that yet, so that’s what’s going to be happening in the future.

[14] Ad ottobre 2008 la Community di Ibridamenti ha acquistato un proprio dominio ( http://www. ibridamenti.com ) e ha iniziato a generare contenuti su di un altro tema: L’università del futuro.

[15] Si rinvia all’appendice metodologica pubblicata a fine volume per i dettagli sull’approccio integrato psico-antropologico e semiologico.

phantasìa – etimo

31 maggio 2009

phaino = (trans.) montrer, mettre en lumière, faire connaitre;

(intrans.) devenire visible, venir à la lumière, se montrer, apparaitre.

Du radical phant est liberement tiré le verbe dénominatif phantazomai = devenir visible, apparaitre, parfois s’imaginer;

actif = phantazo = rendre visible, representer, d’ou phàntasma = apparition, image, phantome

-matìon (Plu), –mos, m. = image mentale, apparition (Epicur),

phantasìs f= apparition, signe (Pl., Ti 72b) avec – em = imagination (Plot.),

phantasìa n. = apparence, image, (souvent distingué de aisthesys), imagination etc. (Pl., Arist., hellén, etc.),

avec phantas-iodes (Philostrat.), –iathomai (ph.) – ioomai (Plu) et – ioo, –iastikòs = qui recoit des images (Epicure, Plu);

en outre, phantas-tòs (Arist. etc.) – tikòs = capable de former des images, des representations (Pl., Arist.)

Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, VI, 19, tr. it. p. 283-284, Adelphi)

“Forse che i Fidia e i Prassitele” obiettò Tespesione “salirono al cielo e presero l’impronta degli dei, per poi riprodurli nella loro arte, oppure qualche altro impulso guidò la loro creazione?”.

“Fu un’altra cosa, piena di sapienza”.

“E quale? Non mi dirai che sia stato qualcos’ altro che l’imitazione”.

“Fu l’immaginazione a creare queste effigi, che è artista più sapiente dell’imitazione.

L’imitazione può creare soltanto ciò che ha visto, ma l’immaginazione crea anche quel che non ha visto, poiché può formarsene l’idea in riferimento alla realtà.

Inoltre l’imitazione è sovente sconvolta dal terrore; ma nulla può turbare l’immaginazione, poiché essa procede impavida verso l’idea che da se stessa si è fatta. Invero per raffigurare l’aspetto di Zeus occorre vederlo insieme con il cielo, con le stagioni dell’anno, con gli astri, come a quei tempi osò fare Fidia” […]

“Ma se tu rappresentassi un falcone, una civetta, un lupo o un cane, e li portassi nei templi al posto di Hermes, di Atena e di Apollo, gli animali e gli uccelli appariranno degni di venerazione a causa di quelle immagini, mentre gli dei finiranno per decadere dall’onore che spetta loro”

Tespesione replicò: “A me pare che tu critichi i nostri usi senza aver approfondito il senso. Se qualche sapienza si trova tra gli Egiziani, è proprio il fatto di non raffigurare temerariamente le immagini degli dèi, bensì di rappresentarli in forma simbolica e allusiva, poiché così appaiono ancora più degni di venerazione”.